PROCREAZIONE ASSISTITA?

PROCREAZIONE ASSITITA?

InviTRA 2015 un evento internazionale, una fiera  dedicata alla procreazione assistita che  abbiamo deciso di pubblicizzare perché la scienza  oggi offre  incredibili opportunità che fino a pochi anni fa erano impensabili.

Wonder Mamy desidera, come sempre, prendere lo spunto per una riflessione  approfondita e dare a tutte le voci al nostro interno, la possibilità di esprimere i diversi punti di vista  del nostro staff.

Davanti ad una scelta così importante, un percorso spesso irto di difficoltà per il corpo e il cuore delle donne, la vita di un bambino in arrivo con il carico di responsabilità che comporta, vorremmo aiutare le nostre lettrici a  farsi delle domande utili  per il proprio benessere e serenità.

 Wonder Mamy

Passeggini che fendono l’aria spinti da donne che per il solo merito di essersi riprodotte si atteggiano a padrone del mondo !
Pance rotonde e piene ovunque, bambini,  carrozzine, dappertutto. Un’invasione, basta !
Quando i figli non arrivano, sembra che il mondo ti voglia continuamente provocare.
Per non parlare di amiche e conoscenti che, con vere incursioni telefoniche, annunciano la loro vincita: altro sale sulla ferita, e ti tocca anche fare gli auguri; oltre al danno anche la beffa !
Intorno a te solo campionesse di fertilità ancora incredule per quanto sia stato facile, aneddoti che riescono solo a  farti sentirti diversa mentre ossessivamente rivisiti le ipotesi delle cause psicosomatiche che a te, proprio a te, impediscono di rimanere incinta, di generare una vita, di avere un bambino, di essere fertile, di riprodurti, di fare semplicemente quello che tutte le donne fanno, niente di più, niente di meno.

Cosa mi mancherà? Cosa produco troppo o troppo poco? Quale pezzo di me là sotto non funziona? Perfino le automobili, gli elettrodomestici si aprono e si aggiustano, si riparano….Dio come vorrei avere un cofano da aprire davanti all’espressione competente di un esperto meccanico: “ Ecco signora, questo pezzo era proprio ora di cambiarlo, i tubi…non ne parliamo, tutti intasati. E’ stata dura ma ora è come nuovo, vada ora funziona !”
Un figlio in-atteso non c’è ancora ma paradossalmente è il più pensato, il più presente e desiderato; non c’è donna più in attesa di colei che ha la pancia vuota ma la testa piena di pensieri, progetti e fantasie, pronti a scattare come i cavalli dietro alla linea di partenza, spesso perfino i nomi sono pronti, non manca proprio niente, manca solo lui/lei.

Mese dopo mese si attende il maledetto ciclo, si attende un miracolo, si attendono i più piccoli sintomi di una gravidanza, si attende di superare il proprio limite, di vincere un nemico invisibile che impedisce la  felicità, e nel frattempo si smette di volersi bene, di fare l’amore per amore e per piacere, di vivere serenamente la relazione con il partner o con chi, con la sola presenza, ci fa stare male.

E’ una vita che zoppica, a cui manca qualcosa per andare via dritta e questo influenza tutto il resto.
La domanda ‘Ma perché io no?’, diventa un mantra, si vive la dimensione della perdita senza aver mai vissuto quella della vincita, si rimane le escluse quelle che la natura non ha scelto per portare avanti il grande compito, per perpetuare se stessa, come in una maledizione dura da digerire.
‘Forse non valgo poi molto, forse è colpa mia, ho fatto o detto qualcosa di sbagliato, me lo merito’… e  il criceto riprende la sua corsa disperata sulla ruota difettosa.

Depressione, rabbia, ansia, profonda tristezza e sensi di colpa sono tutte manifestazioni di una grande sofferenza che può davvero compromettere la qualità di vita di una donna e delle sue relazioni con  il partner e anche con il mondo esterno.
Questi i pensieri e le  fantasie, questi i gironi infernali attraversati dalla maggior parte delle donne che non riescono ad avere figli, questa anche la mia storia.

Dieci anni fa, ho vissuto tutto questo sulla mia pelle.
Dopo altrettanti anni di infiniti tentativi, il verdetto, in camice bianco era arrivato come una coperta nera su di me, sul mio compagno e sui nostri sogni di famiglia.
Consapevole di avere poche speranze di rimanere incinta in modo naturale per una brutta endometriosi, in uno stato confusionale sono andata avanti, la sola cosa che mi sembrava giusto fare era non arrendermi, leggere e quindi informarmi, fare, provare e riprovare.

Fortunatamente oggi ci sono tanti modi per continuare a sperare, per rincorrere il nostro desiderio di maternità, non solo medicina e scienza vengono in nostro aiuto con le diverse tecniche di procreazione medicalmente assistita ma anche la società e la legislazione ci permettono di intraprendere la strada dell’adozione o dell’affido temporaneo, quando impossibile la gravidanza.

Quello che mi chiedo, avendo intrapreso anch’io questo percorso, se le donne siano veramente e pienamente consapevoli, se quello che desiderano è veramente frutto dell’ascolto di se stesse, se valutano tutte le possibili conseguenze della strada che decidono di percorrere.
Mi sono affidata ad un centro per lo studio e il trattamento dei disturbi della fertilità in una struttura pubblica, fatto file, pagato ticket, aspettato pazientemente il mio turno in sale d’aspetto insieme a tutte quelle donne che come me avrebbero voluto essere da qualsiasi parte, tranne che li.
Esami, mani, punture, medicinali, pazienza e attesa. Dottori, visite, monitor, vetrini, pazienza e attesa. C’era solo un argomento, un solo pensiero, di me anatomicamente esisteva solo la parte centrale, tutto il resto era inutile e poco interessante.
E tutto il resto, dov’era? Cosa stava facendo? Un giorno mi sono fermata a cercare le risposte.
Non è stato facile ma ho sentito forte e chiaro che quello che stavo facendo non mi assomigliava, mi stavo perdendo, stavo consegnando a mani certamente esperte ma estranee il mio corpo nella speranza del miracolo, mese dopo mese, sempre più depressa e triste, sempre più sola.

Grazie alla mia formazione di Counselor psicosomatista e alla buona abitudine ad ascoltare il corpo, mi sono fermata e ho sentito immediatamente che smettere la procreazione assistita provocava in me un senso di sollievo, un senso di…”si,è giusto così!”.
Mi è stato molto più facile avere a che fare con l’accettazione, la riprogrammazione del mio progetto di vita, che affrontare le varie fasi imposte dall’esterno, su ritmi non miei, ritrovando tra l’altro il mio compagno, anch’esso provato dall’ossessivo e parziale interesse per una sola funzione tra le sue tante.

Non si tratta per me, di schierarsi favorevoli o contrari all’avere i figli a qualunque costo ma di essere preparati al tributo richiesto alla donna soprattutto, da una modalità artificiale di fecondazione.
Percorsi lunghi e faticosi  con poche certezze e quasi certamente un numero imprecisato di  delusioni, occorre pazienza, resistenza, nervi saldi e una grande solidarietà tra i partner.
Un progetto di vita da affrontare insieme a chi ci sta vicino, preparati  il più possibile, consapevoli di chi siamo, delle nostre priorità, guardando da vicino anche le nostre criticità e debolezze.
Sapere chi siamo e cosa vogliamo serve a non perdersi nelle richieste  e negli altri, senza delegare troppo, rispettando le nostre differenze e difendendo i nostri ideali.
Ora abbiamo  un bambino  e siamo  felici di aver fatto tutto il possibile per averlo ma  le situazioni di partenza a volte non giustificano  lo sforzo e l’accanimento. Il bene del bambino dovrebbe essere sempre messo al primo posto.
Farci tutta una serie di domande  sul futuro che potremo dargli è indispensabile, ci penserà poi comunque la vita, con le sue  infinite variabili a rendere più difficile il nostro progetto.
Negli anni, mi è capitato, come counselor, di avere clienti, donne che sentivano il bisogno avere più chiare le loro reali motivazioni distinguendole dalle aspettative della famiglia o dai condizionamenti sociali, prima di intraprendere il percorso della procreazione assistita.
Ricordo una su tutte, una giovane e bella donna alla soglia dei quarant’anni che senza avere una relazione stabile, si chiedeva se fosse giusto provare ad avere un figlio da sola. Si era già informata presso una clinica all’estero, non era difficile, era pronta a partire.
Qualcosa l’ha fermata, ‘Una scelta importante, diceva, non solo per me ma anche per il futuro bambino’. Perché io non conoscerò il donatore ma neanche lui suo padre e se penso quanto è stato importante per me il mio…’.
Durante il percorso, abbiamo apparentemente parlato d’altro, di lei, delle sue relazioni sentimentali, della sua famiglia. L’ho accompagnata, ascoltata e sostenuta quando, a volte, andava a toccare quella ferita fatta di rimpianti per non averci pensato prima o anche quando incontrava quella parte di lei bambina che non era d’accordo e non se la sentiva di procedere senza dare un papà a quel bambino.

Come spesso succede nel counseling non direttivo, il percorso si è concluso quando  il tempo passato a far compagnia a se stessa e al desiderio di un figlio, senza fretta e senza giudizio, le ha permesso di sentire ciò che era in grado di fare e cosa no, cos’era meglio per lei.
Qualcuna delle mie clienti ha deciso di continuare a lottare altre hanno deciso di sospendere ma tutte hanno scelto cosa fare chiedendolo al proprio cuore alla  loro parte più profonda e autentica e questo è quello che auguro di riuscire a fare a tutte le donne!