GRAZIE, PROF, MA ME NE VADO

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“Prof, si ricorda di me?”
In genere questa domanda suscita confortante soddisfazione, essenzialmente per due ragioni: la prima è che gli anni trascorsi sul mio viso e i chili depositati sul mio corpo non mi hanno resa cosi’ irriconoscibile; la seconda è che il ricordo che ho lasciato nel cuore e nella mente di quell’ex-studente non è stato cosi’ disastroso da fargli girare la faccia dall’altra parte quando per caso mi ha incrociato in coda al supermercato.
Ritrovare un alunno diventato ormai grande che ci riconosce e ci ricorda con un briciolo di affetto e di stima, scoprire che davvero gli abbiamo insegnato qualcosa condividendo con lui il nostro sapere e il nostro esempio, dà senso a chi svolge questa professione (per favore, non chiamiamolo mestiere…), dà speranza per il futuro e rassicurazione sul passato. In sintesi ci dice che il nostro operato è stato complessivamente soddisfacente. Ma è veramente cosi’?
Chi ci ricorda e per quanto e, soprattutto, come e perché?
Se il nostro lavoro è stato onesto, se abbiamo svolto appieno la nostra funzione di “traghettatori” dall’infanzia all’età semi-adulta, dovremmo essere tutti gratificati da simili riconoscimenti. Eppure, nostro malgrado, siamo costretti a vedere che ciò non solo non sempre accade, con buona pace del nostro orgoglio, ma anzi accade con triste frequenza il contrario: non riusciamo ad impedire che i nostri i alunni, quelli che i più sentimentali di noi definiscono i “nostri ragazzi”, non trovino ragioni per continuare gli studi.
L’abbandono scolare è in preoccupante crescita, in estensione nell’età adolescenziale e si aggiunge alla già inarrestabile fuga dei cervelli degli studenti universitari, sempre meno motivati a proseguire gli studi e ancor meno a farlo in Italia. Il fenomeno si estende e si colora di altre manifestazioni, o, se preferite, indicatori, quali irregolarità nella frequenza, ritardi ripetuti e ingiustificati, mancate ammissioni agli anni successivi.
Esso parte quasi sempre dal ripetersi di insuccessi ma cela molto spesso un disagio sociale, un black out nella relazione scuola-alunno-famiglia e si manifesta con incertezza, perturbazioni più o meno gravi e più o meno conclamate. Quella che a volte noi insegnanti definiamo frettolosamente, (ma solo ad una prima lettura) svogliatezza ci appare successivamente come vera e propria sofferenza scolastica: i “nostri” ragazzi sono sfiduciati, vedono la scuola come inutile, il tempo trascorso sui libri come perso in quanto incapace di fornire quelle conoscenze e competenze utili alla vita. Spesso le ore vissute nel contesto scolastico con quei compagni che per noi adulti sono diventati anche compagni di vita (o almeno alcuni di loro) vengono viste come ore trascorse in un ambiente indifferente, a volte ostile. E cosi’ il disagio si fa più forte fino a diventare insostenibile e a riverbarsi in malessere, come nei casi estremi di anoressia e bulimia, o in male-agire come nel caso del bullismo per poi approdare all’abbandono.
Abbandonare, secondo me, significa innanzitutto ammettere di credere di non essere capaci di fare qualcosa e/o di sostenere qualche prova e infatti alla base dell’abbandono c’è spesso scarsa autostima e minima progettualità. Proviamo a chiedere ad un ragazzo “svogliato” come trascorre i suoi pomeriggi e troppo frequentemente scopriremo che vengono trascorsi fuori casa, comunque in attività dispersive che lo allontanano dal confronto con se stesso e con gli altri, divenuti un gruppo in cui mimetizzarsi e non un’occasione di confronto e di crescita.
Se gli adolescenti decidono che la scuola superiore non fa per loro, qualcosa abbiamo sbagliato. Non può essere solo e sempre un problema di carattere economico. Esso coinvolge necessariamente altri ambiti, a cominciare appunto da quello motivazionale. Sempre più difficile risulta il loro coinvolgimento emozionale, per non parlare di quello culturale. A questo si aggiunge un progressivo disagio nell’affrontare fatica e difficoltà che, a volte, si traduce in vero e proprio panico di cui le manifestazioni di ansia da prestazione sono la prima e spesso sottovalutata espressione.
E cosi’ ci ritroviamo negli ultimi posti in Europa per frequenza scolastica continuativa, con un desolante 19% di abbandono scolare fra i 15 e i 19 anni, circa il doppio di quello che dovrebbe verificarsi secondo le indicazioni europee. Un ragazzo su cinque non consegue né diploma né qualifica e i dati allarmanti ci dicono che il fenomeno è a macchia di leopardo, non circoscritto al Sud, dove anzi emerge un confortante dato positivo in Basilicata, ma esteso un po’ ovunque, anche all’efficientissima Lombardia dove si registra un oscillatorio 20% di “game over”.
Gestire tale fenomeno è un’altra sfida a cui i docenti di oggi sono chiamati ma per la quale non sono stati adeguatamente preparati e ancora una volta, in Italia, ci dobbiamo mettere in gioco attraverso un improvvisato “fai da te” di cui siamo diventati ormai esperti e in cui l’iniziativa, la sensibilità e la buona volontà del singolo sostituiscono le procedure carenti quando non addirittura mancanti.
Essere ricordati da chi dovremmo aiutare a crescere e a formarsi un autonomo e libero spirito critico non è solo un obiettivo del singolo per gratificare il proprio ego e dare un senso al proprio lavoro. Essere ricordati per quello cha abbiamo saputo essere e dare non ci fa soltanto sentire come il professor Keating dell’indimenticabile “Un attimo fuggente”.
Ci dà la speranza che i nostri interlocutori confidino nel loro futuro.