Una storia

LETTERA

di Anna Fondi Ghedini, docente di lingua e letteratura italiana.

Questa è una di quelle storie che non si vorrebbero mai raccontare ma che purtroppo appartengono alla nostra realtà.
La chiameremo Giovanna, un nome fittizio per proteggere con l’anonimato la sua vicenda e il dolore dei suoi cari.
Giovanna ha diciannove anni, a scuola va, come tante sue coetanee, né troppo bene per essere considerata una “secchiona”, né cosi’ male da attirare su di sé la preoccupazione e\o l’ira di insegnanti e genitori. All’apparenza è ben inserita nel contesto socio-scolastico, pur manifestando un vago disagio percepito da amici e compagni sinteticamente come “un po’ di depressione”, però la spingono a consultare un terapeuta. Tutto sembra sotto controllo. Forse è un po’ troppo magra…forse qualche volta si sente a disagio col proprio aspetto…Finchè un giorno, apparentemente senza alcun segnale di preavviso, tutto diventa troppo difficile per una persona sola, per una ragazza che non vede abbastanza mani tese verso di lei, abbastanza orecchie e cuori pronti ad accoglierla, tanto da sentire che non c’è più niente in cui sperare e decide che è meglio finirla lì, su quel marciapiede sotto casa.
Nella scuola che vorrei Giovanna si sarebbe salvata? La scuola che vorrei sarebbe stata in grado di cogliere i segnali di disagio che ha mandato? Perché i ragazzi mandano segni, sono meno esperti nel simulare e dissimulare di quanto lo siano gli adulti. Eppure tanto, troppo, ci sfugge ancora. La difficoltà sta nell’equilibrare attenzione e protezione, comprensione e giustificazione, nel riportare il processo didattico-educativo nella giusta prospettiva, ribaltando i termini del problema e celebrando la centralità dell’alunno come elemento imprescindibile della relazione docente/discente. Senza cadere nell’errore, assai facile e comune, di aiutare fino a sostituirsi, nel timore di non aiutare abbastanza o di non farlo nel tempo giusto.
Nella scuola che vorrei si impara ad ascoltare e a vedere veramente chi si ha di fronte, ad accorgersi del nervosismo, del dimagrimento o dell’irritabilità, di un interesse che forse è morbosità, di una battuta che non è costruita sul rispetto…si impara e si realizza l’accoglienza che non è giustificatoria, è solo accoglienza…quella grazie alla quale nessuno si sente cosi’ solo o perduto da pensare che non ci siano alternative.

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Risponde Silvia Pelizzi, psicologa – psicoterapeuta

Storie che non si vorrebbero mai raccontare.
Anna si domanda cosa avrebbe potuto fare la scuola per prevenire il gesto di Giovanna, ma è molto complesso  rispondere a questa domanda.
I segnali di disagio  di per sé,  sono difficili da cogliere  e ancor più difficili da decodificare perché l’adolescente che li invia spesso non ha le idee chiare e non ha le parole neppure per raccontare le idee confuse, proprio quelle parole che potrebbero aiutarlo a chiarirsi.
La scuola  potrebbe educare , fin dalla primo giorno dell’obbligo alla frequenza, al riconoscimento delle emozioni e dei sentimenti che sono l’ambito all’interno del quale andare a cercare le parole per raccontare la sofferenza.
Per comunicare questi sentimenti il giovane dovrebbe avere davanti a sé un interlocutore del quale fidarsi e la scuola, quindi, potrebbe contemporaneamente educare se stessa all’ascolto e all’assenza del giudizio, per motivare i ragazzi a parlare di sé, per aiutarli a crescere come persone “che sono”, che “si sentono esistere”, che sanno chiedere aiuto perché sono inseriti in una cultura nella quale chiedere aiuto non è considerato vergognoso.
Sarebbe difficile, ma si può fare.
Richiederebbe tempo, ma qualcuno potrebbe iniziare e poi altri seguirebbero.
L’insegnante è già alle prese con difficili equilibri, come Anna descrive bene, e non è semplice coniugare l’ascolto emozionale con il dover valutare performances cognitive.
Molti insegnanti sono già un “punto di riferimento” per i giovani. Sono persone rispettose dell’altro, autentiche, che sanno ascoltare i giovani, che sanno comunicare il piacere di “conoscere” e di “fare cultura”, facendo così nascere in loro il desiderio di portar dentro quelle cose buone (sapere, conoscenza, cultura, eticità) come se fossero hamburger della migliore qualità.
I giovani e le ragazze pensano “da grande voglio diventare così, come loro”.
Questi insegnanti offrono una speranza per il futuro semplicemente con il loro esempio, offrono un punto di riferimento nel difficilissimo momento adolescenziale nel quale i ragazzi sono impegnati nel percorso di separazione interiore dai genitori rimanendo contemporaneamente figli affezionati e  nel cercare la loro nuova identità .
Questi insegnanti si collocano come risorsa utilizzabile all’interno dell’eterno conflitto fra il desiderio di rimanere piccoli e quello di diventare grandi, quando la relazione dei figli con i genitori può   essere molto difficile e quella dei genitori con i figli può esserlo altrettanto.
La scuola quindi può fare qualcosa, ma può  fare solo la “sua parte” e non anche quella dei genitori, dei fratelli, cugini, nonni, zii, medico di base, capo scout, allenatore sportivo, sacerdote dell’oratorio, programma televisivo, film proiettato, il ministro alle pari opportunità, sport, politiche giovanili, ministro del lavoro e politiche sociali, istruzione e via dicendo.
Non cerchiamo un colpevole: l’identificare un “cattivo” non credo ci faccia sentire meglio. Piuttosto possiamo pensare che ognuno di noi, a modo proprio, avrebbe potuto essere un risorsa per Giovanna , ognuno avrebbe potuto essere un pezzettino di balaustra, un piccola parola che trattiene, un pensiero positivo, l’esempio di coraggio per una brutta verità accettata e così via.
Speriamo tutti noi di riuscire ad attrezzarci per il futuro in modo che la Disperazione possa essere Pensata e Detta invece che Realizzata.