PAOLA MASTROCOLA: “TOGLIAMO IL DISTURBO – SAGGIO SULLA LIBERTA’ DI NON STUDIARE”

paola mastrocola

Di Maria Chiara Verderi
Paola Mastrocola scrive libri fantastici (“Una barca nel bosco” ha vinto il premio Campiello nel 2004), romanzi, favole e poesie, inoltre insegna materie letterarie in un liceo scientifico di Torino.
È una persona appassionata, un’insegnante che crede in quello che fa, che ama il suo lavoro, che ama i suoi allievi e che ama la letteratura. Merce preziosa, mi permetto di osservare.
La prof Mastrocola ha scritto alcuni romanzi in cui racconta storie di giovani immersi nella confusione dell’adolescenza e dei loro genitori, che appaiono ancora più smarriti dei loro ragazzi. Racconta la difficoltà degli uni e degli altri di vivere in un mondo complicato, conformista e difficile come il nostro, la difficoltà di comunicazione tra gli uni e gli altri nonostante l’amore e il desiderio di fare tutti del proprio meglio. Sono libri malinconici ma comunque confortanti perché, una volta tanto, non vi si riscontrano attribuzioni di colpe bensì un grande amore reciproco che non trova un linguaggio comune. Racconta, con un tono solo apparentemente leggero, storie strane, a volte faticose a volte malinconiche, a tratti piene di speranza, sempre condite con una deliziosa ironia e con il gusto della sorpresa innescato da svolte inaspettate e sorprendenti della vicenda. Leggete “Non so niente di te”, “La gallina volante” oppure “Palline di pane” se vi ho incuriosito.
Oltre ai romanzi ha scritto “Togliamo il disturbo – Saggio sulla libertà di non studiare” (Guanda editore) in cui racconta le sue considerazioni sullo stato della scuola di oggi.
Il nostro è un Paese in cui la scelta dell’indirizzo scolastico dopo il triennio delle scuole medie è quasi obbligato: non essendoci in realtà valide alternative, un “buon” genitore spinge affinché il suo amato figliuolo scelga il liceo. Il liceo però è un tipo di scuola che presuppone molte ore di studio di tipo mnemonico ogni giorno; a questo traguardo i ragazzi arrivano assolutamente impreparati perché le scuole elementari e medie sono invece strutturate in modo completamente diverso con un tipo di studio interattivo, gruppi di studio e verifiche a risposta multipla. La prof Mastrocola dice: “Che ci posso fare? La scuola, lo ridico, è questo: l’insegnante spiega, l’allievo studia, l’insegnate interroga e l’allievo ripete”. Sembrano considerazioni ovvie ma ragazzi e genitori di fronte a questa improvvisa e inaspettata richiesta dei professori, cioè applicarsi allo studio in modo tradizionale mentre prima erano abituati diversamente, restano spiazzati. E così le classi si riempiono di quelli che la prof Mastrocola chiama i “nonstudianti”: giovani che, pur essendo bravi ragazzi, educati, che non disturbano, in realtà si applicano il meno possibile trascinandosi stancamente, senza entusiasmo e senza gioia, per i cinque anni di corso.
Studiare presuppone un grande amore per i libri, bisogna rimanere seduti, fermi ore ed ore con la sola compagnia di un libro. Ci vuole attitudine, amore o almeno la capacità di tollerare la solitudine. Chi ama leggere in fondo è un solitario e sono pochissimi i ragazzi in una classe ad essere veramente interessati ad una cosa così difficile e, diciamo pure, fuori moda. Lei li chiama albatros. Il guaio è, secondo lei, che tra tutti i ragazzi che frequentano i nostri licei gli albatros non raggiungono che un 10 per cento scarso. Una percentuale desolatamente esigua.
Toccata dall’evidente infelicità di tanti allievi ci racconta della commovente lettera di ringraziamento che un suo amico architetto scrisse alla morte del padre, un operaio che facendo grandi sacrifici lo aveva aiutato a seguire la sua passione e a laurearsi. Si augura che un giorno ci possano essere molti altri figli grati al padre per l’aiuto e il sostegno ricevuto nel perseguimento della propria inclinazione, qualunque essa sia. Ispirandosi alla lettera del suo amico la prof Mastrocola prova a inventarsi una lettera di ringraziamento di questo futuro, ipotetico figlio e scrive:
“Non so se mio padre sia stato un buon padre. Cosa ne sa un figlio di che padre ha avuto e di che padre poteva avere? A me è toccato lui e per me, sai una cosa? È stato un eroe. Un uomo che non s’è fermato davanti a niente, neanche davanti a un figlio che lo ha tradito… Io, lo sai, non sono diventato quello che voleva lui. Mi ha lasciato libero, e io ho scelto la mia vita come mi pareva.
Adesso che non c’è più, vorrei dirgli questo: grazie papà, è stato il regalo più grande che potevi farmi. Io lo so che volevi che diventassi architetto come te. Sognavi per me un grande destino. Mi avresti fatto studiare nelle università migliori del mondo. Quando ti ho detto che volevo coltivare la terra, che per me piantare un seme e veder crescere una pianta di pomodori era tutto, me lo ricordo hai abbassato il viso. Non hai parlato per giorni…
Me lo ricordo benissimo. Poi una sera, faceva ancora freddo, era forse marzo, mi hai preso da parte, mi hai portato davanti a una finestra, dove il sole illuminava un pezzo del nostro parco e mi hai detto: Fa quello che ti senti di fare, figlio mio. E poi hai aggiunto: Ma che sia fatto bene!
Non si dimenticano cose così. La mia vita non è facile ma è la vita che volevo. Sono contento di quel che faccio, e quando guardo i miei figli che mi seguono nei campi e vogliono sedersi accanto a me sul trattore, mi sembra che vada tutto bene. Non ho uno studio importante, non giro il mondo, non sono diventato né ricco né famoso. Ma mi sento felice, tutto qui..”
È evidente che non siamo tutti uguali, che non tutti abbiamo le medesime inclinazioni, e allora la professoressa ci espone la sua idea, semplice e rivoluzionaria al tempo stesso, difficile, discutibile, sorprendente, all’apparenza inappropriata ma ovvia, seppur più scomoda da applicare, decisamente saggia e dettata da semplice buon senso (oppure da follia a seconda di come la si veda), insomma “sghemba” come la definisce lei stessa. Ma non voglio guastarvi la sorpresa! Provate a leggere il libro, poi magari ci dite cosa ne pensate, d’accordo?