EPPURE TI AMO

anna copia

Di Anna Fondi Ghedini docente di lingua italiana

“Buongiorno, fiorellino! Ti amo”

Sui muri della scuola la scritta si intravvede appena, sbiadita e resa quasi irriconoscibile, frammento obsoleto di un mondo sbiadito, di una comunicazione effettiva, ma soprattutto affettiva in cui si parafrasava la più romantica delle canzoni di De Gregori per rendere manifesto un sentimento e conferirgli valore e credibilità attraverso l’unica possibilità di comunicazione globale allora possibile.

Oggi che la comunicazione globale non rappresenta più un traguardo da immaginare ma una realtà conclamata, queste parole ci fanno sorridere. Fanno sorridere chi si ricorda di averle lette, dirette a sé, in un tempo passato, sepolto dalla polvere dei ricordi e fanno sorridere chi si accosta, o è già entrato in quel mondo che una volta si chiamava amore e oggi sempre più spesso diventa dominio di altri sentimenti che con l’amore hanno ben poco a che fare.
Sostituito dal desiderio di possesso, spesso a tutti i costi, e da un sesso che ha perduto quell’aura di mistero e di conquista faticosamente raggiunta per diventare sempre di più una consumazione frettolosa e senza poesia, una sorta di “take away” delle emozioni, l’amore ha lasciato il posto a tutto un altro mondo che di affettivo non ha più niente, nemmeno un nome pretestuoso.
Ai muri della scuola si sono sostituite le community che, superando in fascino anche i social network, mostrano che l’affettività recentemente richiamata dal ministro dell’istruzione spesso non è che un’illusione anzi, una fastidiosa incombenza che i ragazzi scantonano con imbarazzato fastidio. L’amore sempre più frequentemente ha le connotazioni di voraci relazioni mordi e fuggi, relazioni che non hanno bisogno di nulla per essere consumate o meglio, avrebbero bisogno dell’unica pastiglia che l’uomo non ha ancora inventato, quella che ci protegge dal dolore al cuore.
Si tratta di una medicina che impedisce all’uomo di dire o di pensare che “o mia o di nessuno” (anacronistico retaggio di una cultura maschilista e retrograda in cui il desiderio di conquista diventa desiderio di possesso), di intrufolarsi sordidamente nella posta elettronica o nel profilo personale della sua presunta amata per spiarla, come un guardone di altri tempi farebbe dal buco della serratura, di violarne l’intimità intesa come corpo, pensieri, emozioni e sbatterla in prima pagina, con tanto di voto come se fosse un compito di latino o matematica. E ancor più di insidiarla con giudizi e agguati e persino minacce fisiche o verbali.

E qui non vale la regola del “ci siamo abituati a tutto, ci abitueremo anche a questo” perché questo nuoce in modo irreversibile allo sviluppo emotivo e sentimentale dell’adolescente insidiandone l’equilibrio e non possiamo stare a guardare aspettando che questo fenomeno passi. I ragazzi sono troppo giovani e impreparati per essere difesi dalle istituzioni che intervengono in ritardo, disordinatamente e distrattamente quando i giochi sono già fatti.
Occorrerebbero più mezzi, anche se non so ancora chiaramente quali, agli operatori scolastici sensibili, attenti e volonterosi per poter intervenire e cancellare la vergogna dei “bagni della prima volta” dove l’esperienza sessuale viene consumata quasi per togliersi un pensiero, per sfidare le regole, per sentirsi uguali se non meglio di altri. Forse cosi’ si potrebbe offrire un’altra percezione dell’amore e, perché no, del sesso. Mezzi che ci permettano di non essere soltanto spettatori inermi di fronte a vessazioni sbandierate come traguardi dell’amore libero o manifeste espressioni di soggiogamento che oggi chiamiamo stalking. Bisognerebbe avere più tempo ed energia, ma anche considerazione per poter intervenire e  venire ascoltati anche quando si hanno di fronte genitori ciechi e sordi, pronti a nascondere e a nascondersi, a dire di sì sempre e comunque ai propri figli per stanchezza, pigrizia, incapacità o distrazione. Bisognerebbe avere strumenti pratici e formativi per rieducare al valore dell’affettività.
Altrimenti avremo solo sostituito un tabù con una moda imposta da altri.
Essere liberi vuol dire principalmente rispettare se stesso e l’altro, non mercificare il proprio corpo né il proprio desiderio di integrazione per una ricarica telefonica e nemmeno per sentirsi parte a tutti i costi di una relazione o di uno status.

Prendiamo la lettera della professoressa Anna Fondi Ghedini come spunto per diverse riflessioni…
Risponde Silvia Pelizzi psicologa – psicoterapeuta:
“LA SCUOLA COME NUOVA COMMUNITY”
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Tutte le community sono più affascinanti della scuola.
Certamente  quello è il modo di questa generazione di esercitare la socialità e l’affettività di gruppo.
In quel luogo virtuale i ragazzi  sono primi attori, sono produttori, sono creatori di pensieri propri e non solo fruitori di quelli altrui, come la scuola li chiama a dimostrare di saper fare.
E’ il nuovo “muretto” o la nuova panchina della piazza della chiesa del rione, o il cortile di casa dove quando ero giovane le persone reali si incontravano realmente, parlavano, pettegolavano, discutevano, litigavano, si innamoravano. Ora si incontrano virtualmente nella community.
A scuola si imparano le storie altrui, magari molto interessanti e costruttive, poesie altrui, pensieri altrui circa la natura dell’uomo , il senso della vita che altri hanno trovato, il significato del mondo sul quale da sempre filosofi , pensatori, scrittori, poeti hanno riflettuto  . Ma si è sempre spettatori.
La community è  il  luogo nel quale possono raccontare la loro storia, chiarirsi le loro idee sulla vita e discutere di cose loro che in alcuni momenti sono più misteriose dei rituali degli egiziani e degli assiro babilonesi.
In famiglia è molto faticoso parlare di sé, si sentono sciocchi, si sentono giudicati. Scambiare pensieri con il gruppo di pari è meglio.
I professori a scuola, però, potrebbero creare una community reale. Loro non sono i genitori ma per i ragazzi sono adulti significativi. I professori potrebbero essere i registi della storia di un gruppo classe nel quale i giovani sono gli attori anche se non c’è nessun copione scritto perché parlerebbero solo di realtà, della loro realtà.
Alcuni docenti forse potrebbero temere che la vicinanza emozionale ai giovani rovini la loro autorità ma se sono in grado trasformare l’autorità (alla quale molti sono insofferenti) in autorevolezza (dalla quale tutti sono attratti), non devono temere nulla perché saranno rispettati anche molto di più e anche ammirati e anche imitati e anche citati.
Se i professori riuscissero ad essere persone autentiche , a non obbligarsi ad assumere un ruolo che anche se fanno tanta fatica a recitare pensano che vada fatto così, forse la community potrebbe realizzarsi , anche se con le sfumature che inevitabilmente nascono dalla presenza di un adulto.
A scuola si può creare un luogo nel quale i pensieri emozionanti, violenti, teneri, ossessivi, vendicativi ma personali di ogni ragazzo possano essere pensati e verbalizzati.
L’essere consapevoli e padroni delle proprie emozioni  fa sentire potenti e non c’è necessità di fare i delinquentelli rubando i cellulari ai compagni per possedere uno strumento simbolico di comunicazione. Si sa già comunicare e soprattutto se le parole sono state accolte da adulti che hanno ascoltato con interesse ciò che si è detto, senza giudicare, ci si sente pieni di valore, amati e si impara ad amare.
E questo è il meglio dell’Educazione all’Affettività che un adulto possa fare.

“LE EMOZIONI EMOZIONANTI”

di Silvia Pelizzi
Possesso

Fra le tante riflessioni che Anna fa nella lettera dal titolo “Eppure ti amo”, mi colpisce il punto in cui parla di sesso-consumazione-frettolosa senza poesia, take away delle emozioni, e dei “bagni della prima volta” dove l’esperienza sessuale viene consumata quasi per togliersi un pensiero contrapponendo questa esperienza a quella dei genitori o nonni, quando solo il pensiero di un bacio faceva loro battere il cuore.
E’ una generazione anafettiva, quella degli adolescenti di oggi?
Forse è una generazione emozionalmente analfabeta.
Forse questi giovani si devono liberare dai tabù della “purezza ed illibatezza fino al matrimonio” che ha oppresso le generazioni precedenti.
A questi tabù i loro genitori hanno reagito opponendo uno “sperimentare tutto subito” senza aver poi avuto il tempo, gli  strumenti culturali, i pensieri e le emozioni per elaborare un nuovo senso da dare al “fare l’amore libero”e si sono trovati nei guai perché a  volte la libertà è molto più difficile da sostenere che non il camminare su binari predisposti ad hoc da altri.
La precedente generazione adulta ha saputo passare a questi giovani il senso dell’affettività,  il valore e la profondità delle relazioni, la bellezza e la paura delle emozioni?
Noi adulti abbiamo predisposto e perfezionato per loro una comunicazione che non ha limiti spaziotemporali infatti  si può “parlare” con chiunque in qualsiasi momento e in quasi tutto il mondo, ma in modo “virtuale” e in questa maniera le emozioni sono schermate, diluite, sono meno emozionanti di quanto potrebbero essere in realtà.
Del resto questa è una generazione cresciuta con i videogiochi, con i quali prima  i bambini e poi i giovani e poi gli adulti allenano i loro riflessi ed esercitano abilità tattiche diverse e giocano a fare i cattivi. Ma non è ancora stato trovato il modo di comunicare anche le emozioni e anche se giocano a guerra come quando noi giocavamo  a indiani e cow-boys c’è una grande differenza fra noi e loro: noi giocavamo con persone vere e quando il “nemico” cadeva e si sbucciava il ginocchio riconoscevamo il dolore e lo spavento, e timorosi di aver esagerato lo aiutavamo a rialzarsi. E si era di nuovo amici.
E così ci esponevamo a emozioni reali e imparavamo ad “maneggiarle”
Ora il nemico è un mostriciattolo che fa “puc”, “bip” o “squac” quando si dissolve incenerito dal raggio distruttore  e  quando cade con la lingua fuori e gli occhi strabuzzati nessuno ne ha pietà perché è tutto finto, fa solo ridere.
Ed inoltre non muore mai, tutto ricomincia sempre da capo e non riusciamo ad avere la percezione della forza di un raggio distruttore reale.
Manca la tridimensionalità creata dalle emozioni, uno spessore simbolico nel quale contenere e ritrovare tutta la gamma di sentimenti.
Le capacità di emozionarsi, di conoscere ciò che si prova nel corpo e nello spirito, di temere di ferire l’altro e quindi di controllare gli eccessi che possono far male non sono state sperimentate dentro di noi e non sappiamo maneggiarle, non sappiamo cosa farne quando ce le troviamo premere nel cuore o nella pancia.
Se a ciò aggiungiamo una mancata ricerca di “senso” da dare alle nuove relazioni sessuali, post femminismo , possiamo ben capire questi giovani in che impiccio si trovino.
Cosa può fare la  scuola, cosa possono i professori? Come si può ottemperare alla richiesta della ministra Carrozza  di Educare all’Affettività e non alla sessualità che, senza affettività, è un semplice esercizio ginnico che sembra sappiano già fare?
Pensiamoci!
Esistono percorsi di conoscenza e apprendimento che accompagnano i docenti di qualsiasi ordine e grado di scuola a scoprire come aiutare i ragazzi a gestire emozioni e sentimenti, ad educarli all’affettività avendone loro stessi contemporaneamente un grosso vantaggio dal punto di vista dell’apprendimento. Un ragazzo sereno, infatti, ha la mente libera per utilizzare tutte le attività dell’Io (attenzione, memoria etc.) finalizzandole con piacere  alla conoscenza intellettuale, non ha bisogno di squalificare il docente per affermare se stesso, non ha bisogno di fare il bullo con il compagno debole perché lui deve confermare a se stesso di essere potente. In una buona relazione con i docenti, i giovani si sentono già potenti! Ed è vero anche il reciproco.